Soft e hard, quando, dove e chi ci sta dietro
Le due linee strategiche che a volte si sovrappongono, a volte si alternano e a volte si contrastano, si possono riassumere nei termini “soft” e “hard”, guerra a bassa o ad alta intensità. La prima, favorita dalla finanza, dai petrolieri e dagli esportatori in genere, perché restino sotto controllo i mercati e l’equilibrio finanziario, si avvale della presenza nel paese obiettivo di una potenziale quinta colonna, la cosiddetta borghesia compradora, la componente economica privata, i suoi oligarchi e strati sociali deprivati e manipolabili. Ed è il caso del Venezuela, dove la rivoluzione bolivariana ha allungato i tempi e attenuato il processo di cambiamento della struttura sociale, producendo anche quella che viene chiamata la infida “boliborghesia”. Lo è anche ora dell’Argentina che rapinatori diventati creditori, guidati da Washington tramite sicari giudiziari, vorrebbero ricondurre all’ordine neoliberista coloniale. E’ stato il turno dell’Iran nella “rivoluzione verde” (poi da Ahmadinejad rigenerato con robuste iniezioni di correttivi sociali, la seduzione patriottica di settori di borghesia nazionalista, controllo pubblico più esteso), del Libano al tempo dei moti anti-Hezbollah, dell’Ucraina delle due destabilizzazioni, arancione e nera, dell’Honduras, del Paraguay, della Palestina.
La seconda, messa in atto su spinta del Pentagono, dell’industria delle armi e della sicurezza, del fronte conservatore, dell’aggressiva componente cristiano-sionista, fa le sue prove in nazioni coese, con una presenza egemonica del pubblico, una condizione economica e sociale accettabile per tutti e una visione altra, antagonista, della società e della vita rispetto ai modelli capitalisti dell’Occidente. Ed è guerra hard, condotta sia attraverso interventi diretti, bombardamenti, forze speciali, contractors, gestione delle comunicazioni, sia per mezzo di forze mercenarie surrogate, sia con la combinazione dei due strumenti. E’ successo e succede in Iraq, Libia e Siria, come nei paesi africani sopra elencati. A entrambe le tattiche dell’unica strategia mondialista non viene mai meno, in vela, il maestrale mediatico sinistro-destro - islamofobia e russofobia – e, nel motore, il carburante finanziario e armato dei mandanti.
E Putin che fa?
Qualcuno si chiede, e s’indigna, come mai Putin non intervenga contro la carneficina dei suoi compatrioti in Donbass. A parte il rischio concreto di una guerra atomica, scatenata dai frettolosi psicopatici dell’estremismo neocon, delle cui apocalittiche conseguenze planetarie ci si rende conto a Mosca, credo che Putin pensi che, nel periodo medio e lungo, per quanto risulti costoso per la Russia e i paesi sotto attacco, il tempo giochi contro l’imperialismo. L’Ucraina squartata e socialmente rovinata dai predatori occidentali non dovrebbe impiegare troppo tempo per rivedere la sua opinione sugli esiti del golpe degli amici occidentali, con quei cinque ministri nazisti al governo. Già se ne percepiscono i sintomi in alcuni episodi di rivolta perfino nell’Ovest. Se i rivoluzionari dell’Ucraina russa riescono a tenere per altri mesi, anche grazie ai discreti aiuti di Mosca (che, tra l’altro, accoglie le decine di migliaia di profughi dal Donbass), gli ascari nazisti della Nato e dell’UE potrebbero doversi dibattere in uno tsunami sociale. Nessuno compenserà i tartassati ucraini del gas russo perduto e il noto Generale Inverno ne drammatizzerà la carenza. Si aprono nuovi scenari.
In Iraq sono già esplose le contraddizioni tra l’apparentemente forte componente baathista, dalle robuste radici in una popolazione rimasta profondamente laica e nazionalista, come dimostrato dal sostegno di molte tribù, e gli energumeni di ISIL che vorrebbero rinchiudere la popolazione nelle carceri dell’oscurantismo culturale, dell’esclusione di genere, della controrivoluzione sociale, nella dimensione dell’integralismo wahabita esteso su territori e popolazioni che da secoli hanno superato simili forme reazionarie di convivenza. Anche se indebolito dai cedimenti dell’attuale gruppo dirigente, il popolo iraniano e larga parte dell’apparato statale, resta uno scoglio insuperabile e gli sciti d’Iraq continueranno a esserne il retroterra strategico.
A dispetto dalla superfetazione di fronti in cui gli Usa si stanno muovendo, pesano l’eccesso di estensione geografica e finanziaria e il conseguente aggravamento di una situazione socio-economica che da noi i media vaneggiano in ripresa; la crescente, per quanto ancora episodica, insubordinazione sociale in un paese in virtuale default per il debito fuori da ogni controllo presente e futuro; il dilagare della povertà; il venir meno del regno mondiale del dollaro; la gigantesca crisi produttiva; il cappio dei titoli di Stato in mano alla Cina. E pesa enormemente la perdita di egemonia culturale, senza la quale nessun impero sopravvive: difficile trovare nella storia un’entità nazionale tanto odiata dal resto della famiglia umana quanto gli Usa (e Israele). Non si illudano i corifei europei dell’imperatore. Fuori ci sono 7 miliardi di persone
Agosto 2014
Fulvio Grimaldi